ANSIA
 
La definizione di disturbi d’ansia comprende un insieme di quadri sintomatologici che in passato rientravano nel grande capitolo delle nevrosi. Alla base dei disturbi è la sintomatologia ansiosa, espressione di uno stato di sofferenza caratterizzato da timore, insicurezza, paura, senso di catastrofe imminente.

Secondo la tradizione psichiatrica, il termine nevrosi indicava precisi quadri sindromici di cui Freud per primo fornì una classificazione sistematica. Analizzando gli aspetti clinici e psicopatologici, egli individuò nel quadro “nevrosi d’ansia” elementi comuni come gli episodi acuti di angoscia, l’aspettativa ansiosa e le fobie. Inoltre, in un secondo momento, distinse precise classi sindromiche: la nevrosi d’ansia, la nevrosi fobica e la nevrosi ossessiva.

Il termine nevrosi è stato oggetto successivamente di diverse interpretazioni, per poi essere oggi considerato superato alla luce dei tentativi di fornire una visione unitaria dei disturbi d’ansia. L’abbandono del termine nevrosi è, peraltro, ancora oggi oggetto di accesi dibattiti: resta il fatto che la praticità dei nuovi sistemi classificatori permette un approccio prevalentemente pragmatico, rendendo altresì più agevoli le scelte terapeutiche. Inoltre, sono stati resi possibili, grazie alla standardizzazione dei disturbi d’ansia, vari studi sulla popolazione che hanno portato a ulteriori progressi nello stabilire la prevalenza e l’incidenza delle varie patologie.
 
Dal punto di vista epidemiologico, i disturbi d’ansia rappresentano il tipo di patologia mentale più frequente nella popolazione. Studi recenti confermano che i disturbi ansiosi presentano una prevalenza annua oscillante tra il 2% e il 5%. Inoltre, tra i pazienti visitati in medicina generale la prevalenza dell’ansia e dei disturbi a essa correlati è risultata del 3,2%. Tutti gli studi finora condotti evidenziano una maggior incidenza di questi disturbi tra le femmine rispetto ai maschi, con un rapporto di circa 2,5:1 (nell’agorafobia questo rapporto aumenta fino a 3,5:1). Il rischio, inoltre, risulta essere maggiore nei parenti di primo grado.
 


Esiste una distinzione sostanziale tra ansia acuta (attacchi di panico) e ansia cronica (ansia generalizzata).

Esistono inoltre due forme di fobia: la semplice e la sociale.
Nella fobia semplice il paziente mostra un paura irrazionale nei confronti di oggetti o situazioni specifiche, diverse da quelle indicate per la fobia sociale o per l’agorafobia, comprendenti animali, altezze, sangue, temporali e agenti atmosferici, buio, ecc. La paura conduce a un comportamento di evitamento tale, in alcuni casi, da interferire gravemente con la normale vita del soggetto.
 
Per quanto riguarda invece la fobia sociale, l’esposizione a giudizio altrui e la paura di poter agire in maniera imbarazzante di fronte a terzi inducono il soggetto a essere incapace di parlare in pubblico, a tremare se deve scrivere in presenza di altri, a non saper parlare in situazioni sociali, ecc. È un disturbo che insorge prevalentemente nell’adolescenza e può portare anch’esso a gravi comportamenti di evitamento. Si distinguono forme “primarie” e “secondarie”: in queste ultime, il disturbo fobico risulta associato a episodi critici (attacchi di panico spontanei). Questa distinzione riveste notevole importanza dal punto di vista terapeutico, poiché le forme secondarie trovano giovamento dall’uso di antidepressivi che, al contrario, risultano inefficaci nelle forme primarie. Inoltre, l’uso di b-bloccanti nella fobia sociale non risolve la concomitante presenza di attacchi di panico.

Il disturbo d’ansia generalizzato (DAG o GAD: generalized anxiety disorder) è caratterizzato da ansia persistente per almeno 6 mesi, continuo stato di allarme, tensione motoria, iperattività neurovegetativa e ipervigilanza. Sintomo patognomonico del disturbo risulta poi essere l’attesa apprensiva con anticipazione pessimistica. Spesso il GAD è presente in concomitanza con altri disturbi mentali, rendendo così difficile un preciso inquadramento diagnostico.

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC od OCD: obsessive-compulsive disorder) è essenzialmente caratterizzato da ossessioni e compulsioni.Le prime sono definite come pensieri vissuti dal soggetto in modo intrusivo e fastidioso. Il paziente è pienamente cosciente che questi pensieri siano un prodotto della propria mente, ma non riesce ad allontanarli. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi che il soggetto esegue in risposta alle idee ossessive. L’atto è compiuto secondo regole precise e vissuto con un senso di coercizione, senza che ci sia piacere in questo comportamento. Talvolta, la componente ossessiva può prevalere su quella compulsiva e viceversa, a volte non si riesce a determinare quale sia l’idea ossessiva alla base del comportamento iterativo, fatto che riveste importanza anche nella scelta del trattamento terapeutico.

Un’ulteriore categoria diagnostica del DSM-IV comprende il disturbo posttraumatico da stress (DPTS) e il disturbo da stress acuto. L’evento stressante riveste in tali forme un ruolo etiologico rilevante nell’insorgenza della patologia. Caratteristiche tipiche del DPTS sono il riesperimento dell’evento traumatico, il persistente evitamento degli stimoli associati al trauma e lo stato di ipervigilanza. Notevole risulta essere la compromissione della normale vita sociale del soggetto. Il disturbo da stress acuto è caratterizzato dalla transitorietà dei disturbi (meno di 1 mese), che lo differenziano dal DPTS. In questo tipo di disturbi spesso risultano associate imponenti manifestazioni ansiose anche a carattere somatico.

Il trattamento farmacologico dei sintomi d’ansia si avvale di vari composti: le benzodiazepine (BDZ) sono storicamente considerate di prima scelta. Esse svolgono principalmente attività ansiolitica, ipnotica, anticonvulsivante e miorilassante; l’azione di questi composti è collegata all’azione svolta sui recettori del GABA, potenziandone l’azione inibitoria. Affiancati alle benzodiazepine trovano largo impiego gli antidepressivi (triciclici e SSRI), in particolare nel trattamento del disturbo da attacchi di panico, anche in assenza di una concomitante sindrome depressiva. Nel disturbo d’ansia generalizzato, inoltre, vengono usati con buoni risultati anche gli SSRI, mentre l’uso di b-bloccanti sembra essere utile nel ridurre la sintomatologia somatica come i tremori, la tachicardia, la sudorazione, ecc.

Una delle complicazioni che più frequentemente risulta associata ai disturbi d’ansia è il rischio di dipendenza (da alcool, da caffeina, da nicotina, ma soprattutto da farmaci come le BDZ). Il paziente, per controllare la sintomatologia ansiosa, abusa di queste sostanze fino a rendersene dipendente. È un’evenienza tutt’altro che rara e, di conseguenza, deve sempre essere tenuta presente, soprattutto quando è previsto un uso prolungato di BDZ. Affiancate alla farmacoterapia, altre tecniche trovano largo impiego nel trattamento dei disturbi d’ansia. In particolare nell’agorafobia, spesso particolarmente invalidante, l’esposizione in vivo o quella in immaginazione si sono dimostrate efficaci, soprattutto se associate all’intervento farmacologico. Altre tecniche sono quelle cognitivo-comportamentali, più spesso utilizzate nel disturbo da attacchi di panico; il training autogeno, o ancora gli interventi cognitivi o la desensibilizzazione sistematica utilizzata, ad esempio, nelle fobie semplici e sociali. Scarsi sono invece i risultati della terapia comportamentale nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, per il quale la farmacoterapia resta di prima scelta.
 

 


Informativa sull'utilizzo dei cookie.
Questo sito utilizza cookie tecnici, di terze parti e di profilazione (propri e di altri siti) per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di pił o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se clicchi su OK oppure chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie. Ti ricordiamo che la mancata accettazione dei cookie tecnici potrebbero impedire alcune funzionalitą di questo sito.